Editoriale  |  marzo 15, 2026

L’antilingua della burocrazia: un muro tra Stato e cittadini

La riflessione di un ex docente del liceo Forteguerri sul labirinto di parole che contraddistingue quel linguaggio. Moduli, circolari, avvisi pubblici sembrano costruiti per scoraggiare il cittadino comune, costretto sempre più spesso a rivolgersi a intermediari per decifrare ciò che l’amministrazione dovrebbe rendere chiaro e accessibile. La scuola ha fallito nel formare cittadini padroni della lingua o è la burocrazia che continua a usare un linguaggio volutamente oscuro per mantenere la distanza?

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La foto di archivio è di Carlo degli Innocenti

C’è un paradosso tutto italiano che continua a pesare sulla vita quotidiana dei cittadini. Nonostante decenni di scuola dell’obbligo, di riforme dell’istruzione e di alfabetizzazione di massa, la lingua della burocrazia resta per molti un territorio oscuro, pieno di trappole linguistiche, sigle indecifrabili e frasi interminabili. Un labirinto di parole che, invece di facilitare il rapporto tra cittadino e istituzioni, lo complica fino a renderlo quasi impossibile.

Italo Calvino, già negli anni Sessanta, chiamava questa lingua un’“antilingua”, denunciandone il carattere artificiale, retorico e distante dalla realtà (I. Calvino, Per ora sommersi dall’antilingua, «Il Giorno», 3 febbraio 1965). Un linguaggio fatto per nascondere più che per comunicare, per difendere chi lo usa piuttosto che aiutare chi lo ascolta o lo legge. A distanza di sessant’anni, niente è cambiato, anzi, tutto è diventato più difficile: ogni modulo, ogni circolare, ogni avviso pubblico sembra costruito per scoraggiare il cittadino comune, costretto sempre più spesso a rivolgersi a intermediari — CAF, patronati, professionisti — per decifrare ciò che l’amministrazione dovrebbe rendere chiaro e accessibile. Ma come siamo arrivati a questo punto? E’ la scuola che ha fallito nel suo compito di formare cittadini padroni della lingua, e, dunque, capaci di orientarsi anche nel linguaggio amministrativo? O, al contrario, è la burocrazia che continua a usare un linguaggio volutamente oscuro, quasi “furbastro”, per mantenere la distanza e celare decisioni, rendendo opache scelte e responsabilità?

Un vulnus alla democrazia

Qualunque sia la risposta, la conseguenza è evidente: il linguaggio burocratico oggi rappresenta un muro nel rapporto tra Stato e cittadino e ciò è sicuramente un grave vulnus alla democrazia. Perché una democrazia sana vive di trasparenza, di parole comprensibili a tutti, di partecipazione consapevole. Se i cittadini non capiscono le parole dello Stato, non possono davvero partecipare alla vita pubblica, né difendere i propri diritti.

I nostri costituenti, che avevano a cuore la democrazia, affidarono il testo della Costituzione per la revisione linguistica e formale a un comitato composto dai migliori letterati dell’epoca, per avere un testo chiaro, comprensibile da tutti, costruito nella forma linguistica e sintattica migliore per dare così forma ai valori fondamentali della democrazia appena nata.

Nel corso dei decenni successivi una lunga serie di personalità della cultura politica e della linguistica (Piero Calamandrei, Carlo Bo, don Lorenzo Milani, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Gianni Rodari, per fare solo alcuni nomi) hanno insistito sulla relazione tra padronanza della lingua e democrazia, intesa come partecipazione consapevole ai processi della vita pubblica. Queste antiche indicazioni politiche e civili, oggi, sembrano completamente dimenticate. L’oscurità del linguaggio burocratico sembra essere un carattere inevitabile della complessità del mondo contemporaneo. In realtà, a me pare, che questo sia più semplicemente uno dei segni della crisi della democrazia, che per essere autentica ha bisogno di una lingua pubblica che sia un ponte tra Stato e cittadini, e non una barriera.

 

Ivo Torrigiani

Ex dirigente del Liceo Classico Forteguerri di Pistoia


La Redazione

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