C’è un paradosso tutto italiano che continua a pesare sulla vita quotidiana dei cittadini. Nonostante decenni di scuola dell’obbligo, di riforme dell’istruzione e di alfabetizzazione di massa, la lingua della burocrazia resta per molti un territorio oscuro, pieno di trappole linguistiche, sigle indecifrabili e frasi interminabili. Un labirinto di parole che, invece di facilitare il rapporto tra cittadino e istituzioni, lo complica fino a renderlo quasi impossibile.
Italo Calvino, già negli anni Sessanta, chiamava questa lingua un’“antilingua”, denunciandone il carattere artificiale, retorico e distante dalla realtà (I. Calvino, Per ora sommersi dall’antilingua, «Il Giorno», 3 febbraio 1965). Un linguaggio fatto per nascondere più che per comunicare, per difendere chi lo usa piuttosto che aiutare chi lo ascolta o lo legge. A distanza di sessant’anni, niente è cambiato, anzi, tutto è diventato più difficile: ogni modulo, ogni circolare, ogni avviso pubblico sembra costruito per scoraggiare il cittadino comune, costretto sempre più spesso a rivolgersi a intermediari — CAF, patronati, professionisti — per decifrare ciò che l’amministrazione dovrebbe rendere chiaro e accessibile. Ma come siamo arrivati a questo punto? E’ la scuola che ha fallito nel suo compito di formare cittadini padroni della lingua, e, dunque, capaci di orientarsi anche nel linguaggio amministrativo? O, al contrario, è la burocrazia che continua a usare un linguaggio volutamente oscuro, quasi “furbastro”, per mantenere la distanza e celare decisioni, rendendo opache scelte e responsabilità?
Un vulnus alla democrazia
Qualunque sia la risposta, la conseguenza è evidente: il linguaggio burocratico oggi rappresenta un muro nel rapporto tra Stato e cittadino e ciò è sicuramente un grave vulnus alla democrazia. Perché una democrazia sana vive di trasparenza, di parole comprensibili a tutti, di partecipazione consapevole. Se i cittadini non capiscono le parole dello Stato, non possono davvero partecipare alla vita pubblica, né difendere i propri diritti.
I nostri costituenti, che avevano a cuore la democrazia, affidarono il testo della Costituzione per la revisione linguistica e formale a un comitato composto dai migliori letterati dell’epoca, per avere un testo chiaro, comprensibile da tutti, costruito nella forma linguistica e sintattica migliore per dare così forma ai valori fondamentali della democrazia appena nata.
Nel corso dei decenni successivi una lunga serie di personalità della cultura politica e della linguistica (Piero Calamandrei, Carlo Bo, don Lorenzo Milani, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Gianni Rodari, per fare solo alcuni nomi) hanno insistito sulla relazione tra padronanza della lingua e democrazia, intesa come partecipazione consapevole ai processi della vita pubblica. Queste antiche indicazioni politiche e civili, oggi, sembrano completamente dimenticate. L’oscurità del linguaggio burocratico sembra essere un carattere inevitabile della complessità del mondo contemporaneo. In realtà, a me pare, che questo sia più semplicemente uno dei segni della crisi della democrazia, che per essere autentica ha bisogno di una lingua pubblica che sia un ponte tra Stato e cittadini, e non una barriera.
Ivo Torrigiani
Ex dirigente del Liceo Classico Forteguerri di Pistoia
