Cosa porta un ragazzo di 23 anni ad abitare in un piccolo paese di montagna popolato da 6 persone? La questione si è sempre ridotta a questa semplice domanda, e percorrendo per più di un anno l’acciottolato di pietra che attraversa il paese me lo sono chiesto spesso. Ma chi sono e perché Castello di Sambuca è diventata la mia casa sono domande che meritano una spiegazione.
Nel 2019 conosco per la prima volta Sambuca, in quell’estate l’incontro con il borgo mi rimase impresso ma tocca in me qualcosa che deve ancora maturare. Negli anni successivi torno regolarmente; accompagnato, da solo, girovagando incuriosito per tutto il comune e in ogni stagione. Castello, Campaldaio, Treppio, Bubbiana, non era la solita montagna, perlomeno non quella che da buon cittadino pistoiese avevo visto o sentito nominare. Con gli anni un mutamento dello sguardo mi accompagna, da “metropolitano” ha qualcosa di più simile a quello che nella piana viene volgarmente chiamato “montanino”, appellativo che racchiude la consapevolezza dei fenomeni che investono questi luoghi, alcuni oltre la semplice bellezza: spopolamento, solitudine, marginalità. Vivere per un periodo all’estero chiarifica ancor di più l’interesse per la montagna, lontano da quei monti sogno solo di tornarci, comincio a studiarla.
Al mio ritorno, nel 2023, unendo persone interessate ad impegnarsi per Castello di Sambuca e questa montagna nasce l’associazione Terra Selvaggia. Nel successivo anno mi laureo con un una tesi su Sambuca Pistoiese, e nel maggio 2024 mi trasferisco stabilmente.
L’importanza dell’ASSOCIAZIONISMO
Il mio arrivo a Castello di Sambuca passa quindi dal volontariato, dall’attività associativa senza la quale non sarei qua, e che ha condizionato il mio modo di vivere il territorio e le relazioni. Grazie a questo ho potuto inserirmi contemporaneamente come spettatore e attore di un territorio che certo non rispecchia i codici della città, (fortunatamente), ma che è tutt’altro che immobile o congelato. Molti eventi, della magnitudo più varia, scuotono le comunità di questo territorio: dalla chiusura della banca, alla riapertura di un ristorante, un albero che blocca la strada o la scuola aperta ancora per un altro anno. Eventi, talvolta piccoli, ma che riguardano vite di persone reali, lontane dai grandi centri e da molti diritti essenziali.
Vivendo per più di un anno a Sambuca non posso dire di aver sperimentato i disagi di chi vive lì da una vita, che siano dell’anziano o del ragazzo, ma ho avuto modo di avvicinarmici. Il “vantaggio” dell’associazionismo è qualcosa che in antropologia, la materia del mio studio attuale, potrebbe essere definito posizionamento. Ovvero, per loro stessa natura le associazioni nascono e si sviluppano dentro i problemi del territorio, e la loro presenza così capillare, pari soltanto al vuoto che tentano di colmare, si colloca nel punto giusto per osservare la realtà.
Dato questo collocamento la lente del terzo settore in un luogo come Sambuca Pistoiese mi è apparsa fondamentale non soltanto come strumento di carotaggio di una realtà altrimenti non facilmente decifrabile, ma anche per cogliere esperienze positive in potenza. L’associazionismo qui è lo specchio del suo territorio, succube di una forte stagionalità che scandisce non soltanto eventi e attività, ma la vita stessa delle persone, dalla paradossale calca di macchine ad agosto, al lungo vuoto invernale. Tale dinamismo estivo si rivela ambiguo: la sua intensità permette al terzo settore di sopravvivere quanto basta per superare l’inverno successivo, alimentato tuttavia da logiche ed aspettative cittadine, da villeggiature che fanno da cornice a disuguaglianze socioeconomiche che si protraggono da decenni. Il sistema dei bandi, a parte rare e nobili eccezioni, non fa che sfavorire le piccole associazioni montane, ormai private del capitale umano e finanziario necessario per una progettualità seria ed a lungo termine.
Infine abitare
Abitare vuol dire affrontare la realtà, scardinare le narrazioni che avvolgono un luogo. Scegliere di sperimentare il pendolarismo tra Bologna e Castello di Sambuca, l’associazionismo e l’inverno in montagna, sono stati i primi veri passi per comprenderne la reale condizione. Rimanendo quando tutti partono, per più di un anno, ho compreso quello che pochi dicono, la realtà di una Sambuca più complessa e sincera. Quella del giovane studente, fatta di sveglie all’alba per un treno sempre in ritardo, fatta di alimentari che diventano piazze, di medici assenti, di paesi vuoti in attesa dell’estate, di un volontariato stanco e bistrattato. La vita in un paese di montagna non è poi come la dipingono, il mito del borgo idilliaco, sogno tutto cittadino, si spezza immediatamente. I problemi dei borghi sono diversi e allo stesso tempo si somigliano, catturati da una morsa centenaria che non accenna a dare pace.
Eppure non tutto è perduto, a Sambuca sono venuto per seguire un sentimento, qualcosa di diverso da quello accentratore che forse mi avrebbe portato, come molti miei colleghi, in una grande città. Un salto necessario, non si studia la montagna da una scrivania di Roma, Milano o Pistoia. Eppure non mi è sembrato affatto rivoluzionario salire in montagna, il valore e la speranza verso questi territori si dischiudono a chi si sofferma a capirli. L’aria castagnosa, il freddo che ti punge la mattina, il muoversi lento di una comunità che cerca ancora di fare qualcosa, ciò che si trova è di una semplicità disarmante, ma costituisce il cuore di un diverso modo di vivere.
LA FOTOGALLERY
UN PO’ DI IMMAGINI DI SAMBUCA CASTELLO
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