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Ago
A Cutigliano il libro “Noi ci s’era 2”: racconti della Seconda Guerra Mondiale. Ecco la presentazione di Massimo Turchi
17:00
26-08-17

CUTIGLIANO – Sabato 26 agosto, alle 17, in piazza Ferrucci, “Noi ci s’era 2”, racconti della Seconda Guerra Mondiale dalla viva voce di chi li ha vissuti, a cura di Gianna Tordazzi, con la collaborazione di Alessandro Bernardini, Simone Breschi, Alberto Mori, Pietro Giannini e con la collaborazione degli alunni della scuola Media “A. De Gasperi” di Cutigliano.A cura del Gruppo Studi Alta Val di Lima.

 

La presentazione al testo

“Ogni memoria è personale e, quindi, è di parte. Di un evento bellico, le persone ricordano solo quella parte
che le ha toccate nel profondo ed è proprio per questo motivo che gli storici sono molto cauti con l’uso
delle memorie, quale unica fonte per ricostruire un episodio. È noto, infatti, che se alcune persone vivono
lo stesso episodio i loro ricordi sono diversi. Nonostante ciò le memorie contengono una straordinaria
quantità d’informazioni, non solo per la miriade di particolari (ogni volta è come se la persone rivedesse
l’episodio o lo rivivesse e ogni volta si limitasse a descriverlo), anche perché esse, le memorie, sono
comunque sincere e questa sincerità traspare dagli occhi di chi la sta raccontando.
In ogni memoria c’è tutta la paura, l’angoscia, la motivazione, l’incredulità, l’irreparabile che la persona ha
vissuto nel proprio intimo.
Tutte le persone che ho intervistato, anche quelle che sono (o erano) abituate a raccontare la loro
esperienza – perché sono (o erano) solite andare nelle scuole – difronte all’evidente cristallizzazione della
loro narrazione, era sufficiente porre una domanda precisa su un fatto, oppure chiarire un dettaglio per
meglio precisare l’episodio che, di nuovo, la narrazione cristallizzata lasciava spazio alla sincerità.
Ammettiamolo: la seconda guerra mondiale è una guerra difficile da ricordare, anche perché l’ideologia di
cui era fortemente permeata ha rappresentato un aspetto importante e divisivo. La guerra è morte e tutte
le memorie insistono su questo. Mi sono preso la briga di provare a contare le parole nel libro che
afferiscono appunto a morti e uccisioni e ne ho contate una sessantina. Sono proprio le persone uccise –
familiare o amico che fosse – la vera difficoltà della memoria, esse rappresentano la parte più emotiva e
profonda di ogni persona sopravvissuta, e ognuna di queste vite spezzate è diventata un monito, un
imperativo a non dimenticare, nessuno escluso.
A questo punto riprendo una frase di Pavese: “Ora che ho visto cos’è guerra […] so che tutti, se un giorno
finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa
rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e
soltanto per loro la guerra è finita davvero”.
Oggi, considerato che il numero dei testimoni, per ragioni anagrafiche, si sta assottigliando sempre più,
dobbiamo chiederci quale memoria, meglio quali memorie, vogliamo lasciare alle giovani generazioni?
Se riteniamo di dover essere credibili verso i giovani, dobbiamo essere sinceri e ricordare tutto, anche le
memorie di chi scelse l’altra parte, quella che ha perso. E per fare questo con sincerità non si deve
anteporre alcun giudizio.
Sempre pensando ai giovani, affinché essi possano cogliere in pieno il valore delle memorie, è necessario
che, prima, essi abbiano ben chiaro il contesto storico di quegli anni terribili, del come e del perché siamo
entrati in guerra, distinguere chi ha scelto e cosa da chi, invece, si è limitato ad attendere. Come disse una
volta Enzo Biagi in un intervista: “Capisco di fronte alla morte anche il revisionismo, perché si può
paragonare un morto a un altro morto, è ovvio questo. Però, ci sono delle ragioni che non vanno
dimenticate: come è accaduto, perché è accaduto, che cosa era successo prima e cosa è successo dopo.
Non si può isolare solo quel fatto, bisogna comprendere tutta la storia”. E questo compito spetta alla scuola
e agli insegnanti”.
Massimo Turchi