Francesco Guccini e Neil Young
Tutto ha inizio nella seconda metà degli anni ’70, ai tempi del Liceo, quando un mio compagno di classe (Roberto P.) amichevolmente, ma non troppo, mi rimproverò dicendo: “Perché ascolti Neil Young e non Francesco Guccini? Guarda che dicono le stesse cose!”.
Era vero, preferivo l’emozione sonora piuttosto che la narrazione letteraria e la parola. Heart of Gold e Old man creavano in me un impatto emotivo immediato al di là del significato letterale del testo che non mi sforzavo neanche di capire. A quella domanda non seguì una mia risposta, però la presi come una sfida e iniziai ad ascoltare il “Maestrone” di Pavana. Arrivai, dopo un po’ di tempo, alla conclusione che, in effetti, questi due cantautori avevano molte cose in comune. Infatti, né Young né Guccini hanno mai cercato la perfezione tecnica o la pulizia vocale. Sono stati entrambi cantastorie: hanno usato la canzone come veicolo per raccontare storie di emarginati, luoghi di provincia e memorie d’infanzia.
Nessuno dei due è mai stato davvero una “stella da metropoli”, snobbando il glamour del music business. Guccini è stato celebre per le sue esibizioni informali, la fiaschetta di vino sul palco e la camicia a scacchi, Young per la sua perenne tenuta da montanaro, camicione di flanella e jeans consumati.
Entrambi sono stati considerati punti di riferimento per la controcultura e la sinistra sociale, pur mantenendo un’indipendenza di pensiero forte e viscerale.
Consapevolmente o inconsapevolmente (per quanto mi riguarda) ci eravamo schierati anche noi. Negli anni ’70 per un liceale, schierarsi era un fatto quasi inevitabile, un elemento fondamentale dell’identità personale e sociale. La scuola era il luogo primario di questo fenomeno, la strada no, quella era per correre dietro a un pallone o a una ragazza.
Schierarsi significava Destra o Sinistra che offrivano grandi narrazioni, utopie e miti, non certo le forze politiche di Governo che non avevano nessun fascino ideologico per noi giovani.
La rivendicazione di essere un uomo imperfetto
Ho trascorso anni e anni ascoltando le sue canzoni, poi l’ho un po’ abbandonato e in seguito, da adulto, ho iniziato a ristudiarlo per capire meglio se quello che mi suggeriva negli anni ’70 era veramente un “faro verso il futuro” oppure no.
Non ho trovato grandi risposte se non quella sua rivendicazione (che a me piace moltissimo) di essere un uomo imperfetto!
Francesco Guccini ha sempre occupato un posto a sé. Non per una pretesa di superiorità, ma, al contrario, per una costante, quasi ostinata volontà di ridimensionare il proprio ruolo. Solo così probabilmente si sentiva a suo agio. Tutta la sua opera, dalle prime canzoni degli anni ’60 fino all’addio alle scene musicali, può essere letta come una monumentale rivendicazione dell’imperfezione umana.
É stato sì un insegnante di provincia, ma Guccini non ha mai preteso di salire in cattedra. Nelle sue canzoni non ci sono soluzioni pronte né verità assolute, semmai un continuo interrogarsi, un vagare tra i chiaroscuri dell’esistenza.
Guccini ha cantato l’esitazione, il dubbio, la debolezza. In L’Avvelenata, forse uno dei suoi brani più famosi, esplode proprio il rifiuto del ruolo che gli altri avrebbero voluto cucirgli addosso. Il suo è stato sempre un grido d’indipendenza contro le aspettative altrui, la richiesta di essere lasciato in pace a vivere con le proprie contraddizioni, le proprie bevute, i propri errori.
L’imperfezione, in Guccini, non è un difetto da nascondere o di cui vergognarsi, bensì il motore stesso della narrazione. I suoi protagonisti non sono mai eroi indomabili o figure immacolate, ma persone comuni segnate dal tempo, dalla nostalgia, dai limiti.
La perfezione, proprio perché priva di incrinature, finisce per risultare fredda e statica. Ma quanto sono noiose le persone perfette, così prevedibili, insipide e inconsistenti!
C’è una bellezza profondamente terrena nel modo in cui Guccini celebra i piaceri semplici e i vizi umani. Le osterie, il vino, le carte, le tirate fino all’alba: luoghi e gesti che la morale borghese potrebbe considerare “imperfetti” diventano, nel suo universo poetico, spazi di autenticità e resistenza all’omologazione.
In una cultura contemporanea ossessionata dalle immagini patinate, dalla ricerca della performance e dalla rimozione del fallimento, la lezione di Francesco Guccini appare oggi più attuale che mai.
Rivendicare la propria imperfezione non significa cedere al cinismo o alla rassegnazione. Per Guccini, ammettere di essere imperfetti è l’unico modo per essere sinceri. È l’antidoto all’ipocrisia dei “puri”, di coloro che puntano il dito senza mai guardarsi dentro.
Fra le altre cose Francesco Guccini non ha mai amato il calcio miliardario, né le grandi squadre d’élite (Juventus, Milan, Inter). Ha sempre preferito il calcio di provincia, più romantico, genuino e fatto di sofferenza, perfettamente incarnato dai colori arancioni della Pistoiese. Lui stesso affermò: “Sono tifoso della Pistoiese perché da bambino mi piaceva il colore della maglia, così diverso da tutti gli altri, e poi perché è una squadra di provincia, di quelle che fanno soffrire”.
La personalità del Maestrone emerse in tutta la sua ampiezza anche quando chiese un autografo a Marcello Lippi allenatore della Pistoiese (stagione 1987-88) che, spiazzato da questo comportamento, gli rispose: “Ma scherzi? Semmai sono io che devo chiedere l’autografo a te”.
Francesco Guccini ci ha insegnato che si può essere grandi artisti senza smettere di essere uomini fallibili. La sua musica è un abbraccio a chi cade, a chi si perde nelle nebbie della paura, a chi non ha tutte le risposte ma continua a farsi domande.
La sua rivendicazione di un’umanità complessa, spigolosa e difettosa è in fondo il suo regalo più grande: la libertà di accettarci per quello che siamo, con i nostri dubbi e la consapevolezza che è proprio nelle crepe che risiede la nostra storia più vera.
Per concludere possiamo affermare che la vita di Guccini è come un manuale dal titolo: “Come diventare un gigante, senza volerlo, rifiutando le regole della grandezza”.
