“ALZATI E CAMMINA. Sulla strada della viandanza”, Luigi Nacci
Questo è un libro bello, intenso. È vero: è un libro duro, come avverte l’autore; forse anche invadente, impertinente. Ma proprio per questo ritengo che sia non solo utile, bensì necessario. È un libro che manda un messaggio forte, diretto; che stimola, scuote, colpisce. Che ci mette davanti allo specchio prima di mettersi di fronte al cammino. Non è un libro comodo né accomodante; lo si potrebbe definire un libro da amico ma non del tutto amichevole. Un libro che fa venire voglia di leggere, di scrivere, di partire, di camminare, di conoscere, di incontrare, di provarci, di capire, di amare, di buttarsi, di aprirsi, di sperare ancora.
Dalla prefazione
“Era il 2006 quando mi ritrovai su uno dei sentieri diretti a Santiago de Compostela. (…) Quando arrivai alle porte della città, piansi come si fa alla morte di una persona amata, come si fa il giorno in cui si scopre di avere una malattia grave o quello in cui veniamo lasciati da qualcuno senza il quale, pensiamo, la vita non potrà andare avanti. Piangevo perché ero morto. Assistevo al mio funerale. (…) Terminata la sepoltura, nella remota Galizia, avrei dovuto rinascere in fretta, emettere un grido lancinante, avere una fame insaziabile, crescere senza le cure dei genitori, allevarmi da solo, assegnarmi un nome, inseguire il mio destino”.
“Ero un punto interrogativo con uno zaino sul dorso, un corpo che oscillava tra la meraviglia e la disperazione. Cantavo nella tormenta, desideravo fondermi nella pioggia, accarezzavo le cortecce degli alberi agonizzanti, sentivo ancora pulsare in essi la vita, ero pieno di speranza mentre stavo sul sentiero, non ero mai solo, gli animali e le piante e i miei morti mi accompagnavano, non temevo nulla. La libertà mi usciva dalle unghie, risaliva lungo le maniche della giacca impermeabile e mi arrivava in faccia, mi entrava nella bocca e si spandeva in ogni parte di me, liberava i miei organi, era il trionfo della liberazione. (…) Ero un semivivo, un semimorto, una frase interrotta, una
grammatica priva di regole”.
“Per quanto mi sforzassi, non trovavo i libri che mi parlassero di come stavo. Ecco perché un giorno, dopo molti anni, nel 2013, mi decisi a scrivere. Mi dissi: disciplina, ragazzo. Rigore. O sarai perduto. (…) Mi dovevo prendere a schiaffi, sgridarmi, spronarmi a rinascere veramente. Facendolo, pensavo, avrei forse potuto aiutare chi si trovava nella mia situazione. O chi si accingeva a fare il primo passo”.
“Questo libro vorrebbe preparare, attraverso degli esercizi, non a camminare ma al cammino. Li ho pensati e provati tutti, con estrema calma. Prenditi il tuo tempo. Se non ti convincono inventane a tua volta. (…) Ti imbatterai, infine, in una parola bizzarra: viandanza. È clamorosa, nel senso che il suo rumore è esagerato. Me la trovai in bocca, un giorno, o una notte, come una radice sorta d’improvviso dalla terra. Cominciai a usarla e a farmi usare da essa. Mi sembrava rivoluzionaria. Pronunciandola, chi avevo davanti si illuminava. In poco tempo la parola si diffuse. Ci sono parole che muoiono perché hanno esaurito il proprio compito. Altre che nascono, o rinascono, perché fanno del bene, arrecano salute, prosperità, fortuna, chiarezza. Non basta camminare per poter dire di essere in cammino. E non basta essere in cammino per poter dire di essere sulla strada della viandanza. Per stare su quella particolare strada bisogna assumere su di sé dei rischi esagerati. Non giudicarsi, accogliersi. Nonostante a tratti la mia voce, o meglio, quella mia voce antica ti sembrerà ostica, sgradevole, fuori luogo, aspra, sono certo che se ci incontreremo sulla strada cammineremo come due vecchi amici. Ci passeremo la borraccia, qualche segreto. Parleremo poco. Troveremo il modo di volerci bene”.
CITAZIONE: “Senza poesia credo che nessun cammino sia possibile”.
DETTAGLI TECNICI
ANNO DI PUBBLICAZIONE: prima edizione 2014, nuova edizione 2020
LINGUA: Italiano
PAGINE: 186
EDITORE: Ediciclo
