Ambiente  |  dicembre 15, 2018

L’ailanto: un’altra minaccia alla biodiversità

Così come l'acacia, anche questa pianta si è diffusa in modo incontrollato creando notevoli problemi. La sua introduzione in Italia risale al 1760, nell'Orto Botanico di Padova. Ne sono state invase l'isola di Montecristo e le altre isole dell'Arcipelago toscano. Prolifera e colonizza terreni aridi e sassosi. La sua presenza abbonda anche nelle nostre zone, ai bordi delle strade, lungo le ferrovie, nelle scarpate. Emana anche cattivo odore


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Gli errori “botanici”, che abbiamo ereditato dal passato e che rischiano di compromettere la nostra biodiversità forestale, sono molti e ascrivibili a varie cause. Alcune piante sono state introdotte per motivi economici, altre per motivi ornamentali ed altre ancora per amore dell’esotico. Resta il fatto che alcune di queste piante si sono diffuse incontrollabilmente, tanto che ora creano problemi non da poco.

Abbiamo parlato della Robinia pseudoacacia (cascia), ma vi è anche l’Ailanto che pure qui da noi, ai bordi delle strade, lungo le ferrovie, nelle scarpate, prolifera e colonizza terreni aridi e sassosi ( non a caso viene chiamato “spaccasassi). Dalle sue radici laterali, come nel caso della cascia, nasce un’infinità di nuovi germogli e nemmeno il fuoco garantisce l’eliminazione di questa pianta che, se presente intorno alle case, crea problemi a tubazioni e scarichi.

Origine e storia della pianta

L’ailanto è originario della Cina e della Corea e il suo nome scientifico è Ailanthus Altissima, dato che può raggiungere i 25 metri di altezza e le sue radici si espandono anche per 30 metri. In qualche zona della Toscana (Montalbano) è conosciuto con il nome popolare di “nocione”, perché le foglie assomigliano a quelle del noce, con la caratteristica, però, di emanare un cattivo odore, tanto che a Genova questa pianta è chiamata “albero della merda”.

In Italia l’ailanto è stato introdotto per la prima volta nel 1760 presso l’Orto Botanico di Padova e, nel corso del 1800, si pensò di usarlo per produrre la seta, soprattutto a causa di un’epidemia che aveva colpito il baco da seta europeo.

Con l’ailanto venne importata anche la larva della Philosamia Cinthia, il bombice che, nutrendosi delle foglie di questa pianta, produce la materia prima per un’interessante tipo di seta. Fallirono i tentativi di allevare l’insetto e la pianta prosperò ovunque per la sua capacità di colonizzare anche terreni impossibili e aridi.

Montecristo e le altre isole dell’Arcipelago toscano

L’isola di Montecristo e, in misura un po’ minore, le altre isole dell’Arcipelago toscano, sono state invase dall’ailanto, al punto che la Commissione Europea ha finanziato un progetto, denominato Life Montecristo 2010, che ha come obiettivo l’eradicazione di questa pianta, una vera e propria minaccia alla biodiversità locale.

A distanza di otto anni si è visto che solo in parte questa pianta pioniera è stata controllata a Capraia, a Pianosa e a Montecristo, mentre è ancora fortemente presente all’Elba, alla Gorgona e al Giglio. Il fatto è che l’ailanto produce una sostanza, denominata allantone, che limita la crescita di altre specie e modifica l’ecosistema.

La testimonianza dell’ISPRA

L’ ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un organismo di tutela legato al Ministero dell’Ambiente, nell’Aprile del 2012 ha emesso il seguente comunicato, circa le specie aliene e la loro pericolosità: “In Italia due specie forestali sono considerate aliene: l’Ailanto e la Robinia. L’introduzione e l’insediamento di specie oltre il loro areale originario, può portare gravi danni ecologici ed economici. E’ stato stimato che ben 109 specie aliene di insetti parassiti delle piante legnose siano state introdotte in Europa, di cui 57 provengono dal Nord America e 52 dall’Asia. Il tarlo asiatico (Anoplophora glabripennis), un coleottero, è un esempio di specie pericolosa introdotta a seguito del commercio intercontinentale: questa specie aliena invasiva è una delle più pericolose, in quanto uccide gli alberi a foglia caduca. Ancora: la malattia dell’olmo olandese ha dimostrato di essere altrettanto contagiosa e letale per tutti gli olmi europei; più di 25 milioni di alberi sono morti nel Regno Unito sola a causa di questa malattia. Il patogeno è arrivato in Europa nel 1967 a bordo di navi fatte con tronchi di olmo dal Nord America”.

La morale finale

La morale che si può dedurre è la seguente: i perfetti equilibri naturali sono il prodotto di migliaia e migliaia di anni; ogni area del pianeta ha i propri equilibri; l’uomo sta distruggendo questi equilibri, per sete di denaro, per stupidità o per ignoranza.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.