L'intervista  |  maggio 19, 2018

Montanari indigesti. “Ecco il mio primo libro denuncia”

Intervista a Federico Pagliai sul suo ultimo volume, in uscita in questi giorni. “Ho scritto per la prima volta per un dovere civico, da indignato italiano di montagna, più che da narratore di romanzi o storie”. Un libro provocazione? “Sì ma ci sono anche proposte concrete”. Le due montagne a confronto, quella del “flusso” e quella del “luogo”. “Ci sono libri 'accondiscendenti' e libri urticanti. Questo appartiene al secondo genere”. Le prime presentazioni venerdì 25 a Maresca e sabato 26 a San Marcello

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Federico Pagliai

“Dovremmo sforzarci di essere parte integrante e attiva della montagna che vorremmo. Se non ci esponiamo mai a dire la nostra, ci sarà sempre qualcuno che sceglierà per noi”

E’ con questo approccio, uno dei tanti contenuti in questa sua nuova pubblicazione a 360 gradi sul vivere in montagna, che Federico Pagliai introduce “Montanari indigesti, effetti collaterali dell’andare per funghi”, libro in imminente uscita, edito da Pendragon di Bologna, che porta come prefazione la firma di Luca Calzolari (direttore della rivista ufficiale CAI, Montagna 360), i contributi di montanari d.o.c come Mirto Campi (sindaco di Fiumalbo) del notaio esperto di usi civici Antonio Marrese, del giovane Juka Ferrari, di Giovanni Bechi, Paolo Cinotti e con disegni di Simone Togneri.

 La copertina del libro

Qual è l’ intento di questo libro che sembra assai diverso dai precedenti sette?

“Lo è. Tutt’al più può avere qualche somiglianza con il primo, ‘I miei crinali’. Ho cercato di dare voce e dignità a una minoranza che io ho battezzato i ‘Montanari indigesti’, uomini e donne sempre più rari a trovarsi ma che rappresentano, per i valori, ideali e modi di sentire e vivere le terre alte, dei veri e propri capitali umani che la politica con i suoi parametri legati alla quantità demografica di persone in un dato luogo (e quindi di voti) tende a non considerare come dovrebbe perché numericamente irrilevanti rispetto alle realtà urbane. Se proprio necessario, dovremmo essere ‘misurati’ per le identità che seppur sempre più scolorite rappresentiamo e le conoscenze che abbiamo, ecco”.

Messa così, non credi che questo testo possa essere strumentalizzato politicamente?

“Può darsi. Anzi, per certi versi lo spero. Mi auguro che i politicanti mettano becco su quello che è stato uno dei motivi per cui mi sono deciso a scrivere questo testo, ovvero le 7665 risposte di un questionario inerente la gestione boschiva e della raccolta funghi (risultati del questionario in appendice al testo) che non sono mai state prese in carico da nessuno schieramento in modo accorato e convinto. Eppure, in tempi di disimpegno sociale, un così alto numero di pareri mi pareva un valore importante! E’ un libro denuncia e che ho scritto, ed è la prima volta che mi succede, più per un dovere civico che per il piacere di scrivere in sé per sé.

Nel rileggerlo mi sono reso conto che ho scritto più da indignato italiano di montagna appenninica che da narratore di romanzi o storie: per questo, credo non sarà facile presentarlo. Si presta meglio a essere oggetto di discussione. Ma va bene così”.

Sui social, in qualche anticipazione, hai più volte scritto del contrasto tra “montagna come flusso e montagna come luogo”. Che significa?

“E’, a mio parere, il punto focale su cui si gioca il destino e futuro delle montagne, in particolare della nostra. Partendo da un trentennale rivisitazione di come è cambiato il modo di vivere il bosco durante la stagione dei funghi, ho cercato di mettere a confronto due tipologie di montagna: quella del flusso, ovvero di un luogo di cui ricordarsi per brevi periodi e come (non) luogo da destinare essenzialmente per fini ludici, declinata a un turismo essenzialmente di rapina come quello micologico e di nuove, recenti, prospettive di turismo sociale che rischierebbero di trasfigurare la montagna come uno scenario bello ma finto, scenico, ipergarantista e accessibile a tutti e, per contro, un secondo paradigma che, invece, vede le terre alte come luogo dove poter tornare ad abitare in modo stanziale diventando custodi di un territorio altrimenti lasciato a se stesso, in un’epoca contrassegnata da un grave decremento demografico a danno delle terre alte”.

Un libro può fare qualcosa in tal senso?

“Per chi crede nel messaggio della cultura, un libro può fare qualcosa. E sennò che scrivo a fare? Ci sono libri ‘accondiscendenti’ e libri urticanti. Questo appartiene al secondo genere.

In ‘Montanari indigesti’ provoco, ma sul finire del testo ci sono delle proposte che, a pensarci bene, si riconducono un po’ tutte alla volontà di educare l’uomo alla montagna e non addomesticare quest’ultima agli uomini. In tal caso, non avremmo più una montagna ma una spiaggia messa in verticale. Mi rendo conto quanto il messaggio sia controcorrente rispetto ai modelli culturali predominanti: succede sempre così quando si vengono a contrapporre interessi economici e politici contro quelli animati dalla salvaguardia di un ambiente come quello montano, che è così grande ma altrettanto delicato”.

Primi incontri?

“Si comincia con il venerdì 25 maggio alle 21 alla sede CAI Montagna Pistoiese a Maresca per poi bissare il giorno seguente, sabato 26, a San Marcello Pistoiese nella sala Coop, alle 17.30. Ripeto, più che presentazioni frontali di un libro mi aspetto confronti per lo più riconducibili alla domanda iniziale: gente, che montagna vorremmo? Per noi, e per chi verrà dopo di noi”.

 


La Redazione

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