Una Montagna di Parole, Ambiente  |  marzo 29, 2018

I funghi: una storia curiosa anche nella lingua

Il nome porcino deriva da porco: in molti pensano che fosse un alimento apprezzato dai suini. Anche gli antichi Romani lo chiamavano così. I funghi erano molto amati ma anche temuti. La più celebre intossicazione che condusse alla morte fu quella dell'imperatore Tiberio Claudio, avvelenato proprio con boleti velenosi dalla moglie Agrippina

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Quest’anno la stagione dei funghi sarà limitata ai mesi di Settembre e di Ottobre. Tutti l’aspettano con ansia; ma i fungai montanini covano un po’ di fastidio pensando alle frotte di pianigiani che, solo pagando pochi euro, sono autorizzati a riversarsi sui nostri monti e a portare a valle grandi quantità di preziosi funghi. Il fastidio nasce dal fatto che la città si ricorda della montagna solo quando quest’ultima offre svaghi, divertimenti e frutti di vario genere, come per l’appunto funghi o mirtilli e castagne. Nel nostro caso sono i porcini il seme della discordia.

Porcino deriva da porco

Eppure il nome ha poco di prezioso: “porcino” deriva infatti da “porco”, e in molti credono (ma non è per niente certo) che la sua origine dipenda dal fatto che questo sarebbe un alimento particolarmente apprezzato dai porci.

Anche per i romani era il “fungus suillus”

Lo chiamavano così anche i Romani, o meglio, per loro era il fungus suillus ,il fungo dei porci. La parola “fungo” è, invece, antichissima e di area mediterranea; la lingua greca ne ha una simile sp(h)óngos, che significa “spugna” e in effetti il tessuto fungino è spugnoso. Nella Roma antica se ne consumavano grandi quantità, soprattutto secchi: si usava essiccarli al fuoco dopo averli tagliati a fette e infilzati con tralci di giunco in ampie ghirlande, che poi venivano vendute al mercato.

Erano amati e temuti

Erano dunque amati, ma pure temuti, perché anche allora provocavano pericolose intossicazioni che conducevano alla morte, la più celebre delle quali fu quella dell’imperatore Tiberio Claudio, avvelenato proprio con boleti velenosi dalla moglie Agrippina; il che spalancò le porte dell’impero ad un altro frutto velenoso, Nerone. Almeno così ce ne parla Plinio il Vecchio, il grande scienziato del I secolo d.C.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.