Cultura & Spettacoli, Piteglio  |  gennaio 5, 2018

Un falò propiziatorio e musiche popolari per “Spirito della montagna”. La mostra prorogata fino al 20 gennaio

Doppio appuntamento nel tardo pomeriggio di venerdì 5 gennaio, in piazza e nella Casa della musica di Piteglio, con la “Festa della brusia vecia”, per celebrare il mese di esposizione fotografica di Maurizio Pini (che resta visitabile altre due settimane). “Un lavoro di ricerca appassionato di una spettralità viva e misteriosa. Un'ottica a volte pensosa, a volte malinconica e intricata, ma sempre nuova. Come se il fotografo cercasse sempre il senso del mistero”

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PITEGLIO – Doppio evento, ieri venerdì 5 gennaio, per la mostra fotografica “Spirito della Montagna” di Maurizio Pini, al Circolo Casa della Musica di Piteglio, in via Val di Forfora 1. A partire dalle 19, “Festa della brusia vecia”, falò purificatore e propiziatorio, con vin brulè e salsicce, in piazza e, a seguire, musica e canti popolari con il “Due Etrusco Quintet” nella Casa della Musica, dove sarà anche aperta la pizzeria a buffet, a 12 euro. Info e prenotazioni: 0573 69004. La mostra, inaugurata lo scorso 8 dicembre, è stata prorogata fino al 20 gennaio. Orari di apertura: dal martedì al venerdì ore 6.30-14 / 16-20.30; sabato, domenica e festivi: ore 18.30-23

LA MOSTRA SECONDO MAURIZIO FERRARI

Lavoro di ricerca appassionato

La fotografia di Maurizio Pini non si può certo definire consueta e scontata; è un lavoro di ricerca appassionato, che ci rivela un mondo apparentemente spettrale, ma di una spettralità viva e misteriosa. Credo che non ci sia titolo più adatto a definire questa mostra che “Lo spirito della montagna”, nel quale sono assenti i colori e i facili effetti cromatici, per carpire l’anima dei monti, per coglierne le ombre che a volte intimoriscono e ci inchiodano a essere piccoli spettatori del creato.

Un’ottica malinconica e intricata

E’ un’ottica, quella di Maurizio, a volte pensosa, a volte malinconica e intricata, ma sempre nuova, e immortala luminosità improvvise che divampano in una semioscurità primitiva, quasi di un mondo incolore appena uscito dalle mani del creatore, dove i monti, l’acqua, gli alberi sembrano i primi abitanti, straniti eppure plastici nella loro splendida solitudine.

Gli scorci sono indefiniti ma anche indefinibili e, a tratti, sono simbolistici, come l’occhio aperto e l’occhio chiuso rappresentati dalla bifora e dalla monofora della Rocca di Sambuca, che sembra svegliarsi dopo secoli di torpore.

Le ombre umane

Qualche volta nelle foto compaiono gli umani: attorno ad un fuoco, ad ammirare la fiamma, come intorno ad un presepe, oppure sorpresi ad innalzare al cielo delle luminarie che salgono lente in un buio senza fine, o che cantano e suonano come facevano gli avi, oppure ancora Maurizio stesso, sorpreso da uno scatto anonimo su un roccione a strapiombo, quasi un gheppio appollaiato pronto a rubare alla montagna il sospiro di un attimo o la forma di una nuvola espressiva in un cielo incombente.

Ma gli uomini sembrano poco più che ombre, quasi sempre stilizzate e impegnate nel sopravvivere quotidiano.

Gli oggetti di lavoro

In qualche scatto la scena è dominata da un attrezzo da lavoro, come nel caso di un pennato con sullo sfondo una carbonaia sbuffante con sopra un fuochista che le trafigge la bocca: un’altra scena antica immortalata nello sfondo di un cielo di nuvole fumose.

Talora i fantasmi della notte danzano e si perdono in un’immensità celeste mai uguale a se stessa, ma sempre pronta a trasformarsi con nuvole che assumono ora la forma di un occhio cosmico, ora di greggi che si rannicchiano intorno alla luna.

In una foto esse sono contemplate da pochi spettatori immobili: la macchina fotografica di Maurizio e due alberi, guardiani di uno spettacolo irripetibile.

Il simbolo sembra manifestarsi anche nei primi piani di radici aggrovigliate, contorte come serpenti, in una lotta spasmodica per la vita.

Il senso del mistero

C’è però una costante che percorre molte delle foto di questa bella mostra, cioè una specie di filtro tra la macchina fotografica e il paesaggio naturale: è una sorta di nebulosità, un diaframma ora costituito da particelle sospese di neve, ora dal fumo di un fuoco, ora da uno spolverio di stelle, quasi che il fotografo ricerchi apposta il senso del mistero, un focus indefinito, un occhio appena velato dal respiro della terra che si vuol rendere inconoscibile fino in fondo e si schermisce con un velo, per timore di essere denudata dall’occhio dell’uomo.

Oppure ciò che Maurizio cerca di carpire è proprio lo “spirito della montagna” che si nasconde e non vuol rivelare la sua intimità , nemmeno al Pini che, però, anche se lo avesse percepito o conosciuto, non ce lo direbbe mai.

 


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.