Ambiente  |  novembre 8, 2016

Appello a istituzioni e privati: salviamo i nostri castagneti

La crisi testimoniata dall'importazione dall'estero di grandi quantità di castagne e dallo stato di abbandono nel quale versano gran parte delle piante. Eppure esistono i primi presupposti, come il prezzo al chilo della farina dolce, perché torni ad essere una risorsa economica. Servono nuove scelte: reimpianto di castagni, potatura delle piante più vecchie, inserimento del castagno fra le piante obiettivo, una pianificazione più razionale dei boschi, reinnesto dei polloni e regole più semplici

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La civiltà del castagno è per noi quasi un ricordo. E questo è un fatto, purtroppo. Tuttavia il mercato la pensa diversamente, in quanto, ad esempio, il prezzo della farina dolce comincia a diventare interessante (12-13 euro al chilo) e crea i presupposti per diventare una risorsa economica.
Allora le opzioni sono due: o non si capisce o non si vuol capire. Si pensi che nel 2015 l’Italia ha importato 32 milioni di chili di castagne da Spagna, Portogallo e Albania e che nel 2016 la siccità e il cinipide hanno fortemente indebolito la produzione nazionale che è stata di 19 milioni di chili (fonte Coldiretti). Una quantità minima rispetto alla produzione italiana nel primo decennio del 900: quasi 830 milioni di chili.

UNA PIANTA MINACCIATA DA PIU’ PARTI

Prima il Mal dell’inchiostro (nel secolo scorso), poi l’emigrazione e il conseguente abbandono, poi ancora il cinipide (un male legato alla globalizzazione), successivamente la miopia delle istituzioni e infine l’invasione della robinia (la cascia) la cui espansione è stata favorita da una normativa regionale a dir poco scriteriata.
Basta vedere come si sono ridotti i nostri castagneti: piante inselvatichite, secche, matricine affogate dalle casce, alberi centenari abbattuti da agenti atmosferici con tutto il loro pane di terra. Insomma un disastro, salvo sparute eccezioni. E poi ci parlano della tutela della biodiversità!!!

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QUALI SOLUZIONI ?

E’ arrivato il momento di fare una rapida inversione ad U ed in questa manovra dovono dare una mano anche le istituzioni, tutte. Avviamo tutti insieme una campagna di reimpianto dei castagni, privilegiando i portinnesti locali (quelli cino-giapponesi hanno già mostrato i propri limiti); innestiamo i polloni selvatici con marze nostrane; potiamo i castagni vecchi per ringiovanirne la chioma e per fortificarli contro le malattie; inseriamo il castagno tra le piante obiettivo (secondo la dizione del Regolamento forestale della Regione Toscana) per tutelarle e prepararle al reinnesto; allunghiamo il turno di taglio delle piante invasive (non gli attuali 8 anni ma 30-40, in modo tale che si autolimitino); creiamo una più razionale pianificazione dell’uso dei boschi (l’economia del bosco non dipende solo dal taglio!); richiediamo alle istituzioni competenti regole più semplici e meno bizantine nella loro contraddittorietà.
Facciamolo, prima che sia tardi!

 

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Le foto che accompagnano questo servizio dimostrano cosa resti di un castagneto con l’ingresso e il taglio della robinia: alcune matricine di castagno, una qua una là, che al taglio successivo verranno fagocitate dalla cascia che si è sviluppata a dismisura.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.